Filosofeggiamenti vari

Due categorie di persone mi danno particolarmente fastidio: gli ottimisti ottusi e i lagnosi estremi.

Negli ultimi 49 anni ho incontrato difficoltà non indifferenti, ho patito dolori enormi, nello spirito e nel corpo. Ho verificato anche migliaia di eventi favorevoli e ho provato gioia, felicità, amore, o semplicemente piacere.

Ogni giorno mi sveglio e le difficoltà sono lì, a testimoniare che non c’è realmente nulla di cui lamentarsi, né è ragionevole essere ottimisti. Andrà tutto bene è evidentemente un’affermazione poco chiara. Potrebbe essere corretta o profondamente errata.
Questa è la vita. Persino la vita fisica è di per sé qualcosa di talmente improbabile che stupisce. Da piccoli ci dicevano che andrà tutto bene, per farci sentire protetti, però abbiamo scoperto che siamo destinati a morire. Quella scoperta ha devastato la mia mente: ho iniziato a pensare che vivere fosse solo un’agonia troppo lunga. Lo pensavo a sette – otto anni, mica ero un adulto depresso.
Prova a pensarci anche tu, quando ti senti ottimista, percepisci lo scivolare via del tempo mentre ti stai intestardendo nel perseguire obiettivi effimeri.

Sei un casuale e locale quanto improbabile fenomeno fisico, ma fra breve le tue cellule smetteranno di collaborare, si spegnerà tutto e ciò che resterà di materiale sarà trasformato. Tu cosa sei? Chi sei? Cosa credi di essere?
Eppure molto dipende da te. Hai una limitata, ma non nulla, possibilità di scegliere. Chiaramente non è facile impedire una pandemia tutto da soli. Ma il tuo ruolo non è per nulla trascurabile nel contrastarne gli effetti. Dire che andrà tutto bene è eccessivo. Dirlo senza fare nulla è decisamente sbagliato.

È improbabile che vada tutto bene, così come che vada tutto male. Gli eventi più probabili sono quelli che consideriamo “neutri”. Il più probabile, la morte, tentiamo di rimuoverlo dal pensiero, o di farci coraggio raccontandoci un sacco di frottole sull’effetto di riti più o meno “magici”.
Sono stato ad alcuni funerali negli ultimi anni e mi ha sempre colpito la sensazione dell’assurdità dei rituali, se non visti dal punto di vista dei vivi presenti. Come se un rituale potesse cambiare ciò che non possiamo cambiare. Se hanno ragione gli atei, è tutto finito ed è fiato sprecato, se hanno ragione i credenti, di certo Dio non valuterà il defunto in base alle raccomandazioni dei convenuti alle esequie.

Dio in effetti è il giudice perfetto: non giudica. Non ne ha bisogno, perché ciascuno di noi ha già giudicato sé stesso.

Se sei ateo, comunque Dio è il giudice perfetto: se non esiste, non può giudicare né correttamente né in modo errato. La perfezione di Dio sta anche nella sua negazione.

Eppure Dio è anche imperfetto, nel senso che a una certa scala è addirittura incompleto. In assoluto è il tutto. Nulla esiste se non per causa di Dio, nulla è esente da Dio, ma il semplice fatto che in questo momento io stia scrivendo queste parole, prodotto del mio pensiero, è una manifestazione dell’imperfezione di Dio. Temporanea?

Se dovessi giudicare in base a ciò che vedo, sarei decisamente propenso a ritenere irrimediabilmente compromessa la perfezione divina. Ma so che sto attraversando un istante, nella storia inconcepibilmente lunga di ciò che chiamiamo Universo: la manifestazione stessa di Dio. Questi non è un fenomeno, ma la sua causa.

A volte penso a un’altra assurdità: l’universalità di una chiesa. Chi legge e comprende un testo in lingua italiana probabilmente penserà alla chiesa cattolica romana. Non è l’unica, ma può essere un buon esempio, di chiesa non universale. Molto a lungo i sacerdoti cristiani hanno temuto un modello cosmologico che non prevedesse la centralità e unicità della Terra. Gli astri dovevano essere considerati fonti di luce, non masse di roccia, gas, polveri o liquidi assortiti. Questo perché era necessario difendere la centralità della Terra, dove si era manifestato Dio nella forma di Gesù, unico in tutto l’Universo. Solo così era possibile che il vicario di Gesù, nel nostro caso chiamato “Papa”, fosse l’unico, rettore dell’unica chiesa possibile, circondata da una folla di illusi che vagavano ciechi nell’errore. Illusi che era opportuno ricondurre sulla retta via, o spedire direttamente al cospetto del Creatore.

 

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