Natale

Natale per me è quel momento preceduto dalle scadenze di consegna di qualunque lavoro sulla faccia della Terra.
Cosa che mi toglie il tempo di pensare non solo ai regali, ma di dormire, mangiare. Penso con invidia a chi timbra il cartellino, fa 8 ore, attende senza patemi d’animo che io invii la mia pec con documenti che devo consegnare ora, ma verranno esaminati a gennaio, dopo l’Epifania, molto dopo, con comodo.
È sincera invidia. E l’invidia è un orribile sentimento.
A Natale sono tutti più buoni, tranne i miei clienti, i funzionari delle PA e io. Io divento cattivo, perché sono frustrato, stanco, arrabbiato, colmo non dell’amore che dovrebbe riscaldare i cuori, ma di astio verso il mio lavoro.
Sono così vigliacco da non staccare la spina, chiudere. Ho paura del salto nel vuoto, del cambiamento, di rimettermi di nuovo in discussione. Così continuo a soffrire e maledire i giorni uno dopo l’altro, facendo pagare il mio stato d’animo alle pochissime persone che sono vicine. A dire il vero solo a una povera vecchietta colpevole di essere mia madre, perché non ho nessun altro attorno che possa in qualche modo soffrire del mio stato d’animo.
Si, ho da mangiare e non cadono bombe sulla mia casa, lo so, grazie a Dio, ma la salute mentale conta quanto se non più di quella fisica.

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