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Piazza Fontana

dicembre 12, 2019

Il 12 dicembre 1969 la strage alla Banca dell’Agricoltura
17 morti e 88 feriti
Depistaggi, procedimenti infiniti e una verità ancora non del tutto chiarita. La strage di Piazza Fontana fu l’avvio di una stagione terrificante per la storia d’Italia. L’epoca delle stragi e del terrorismo, un’epoca in cui le tensioni interne al paese rischiarono di fare esplodere non solo le bombe degli stragisti, ma la Repubblica. Non per nulla fu in quel periodo che l’ex comandante della X MAS preparò un colpo di stato, progettato per un anno dopo la strage di Piazza Fontana.
Quello che sappiamo di Piazza Fontana è che, a 36 anni dalla strage, la Corte di Cassazione ha sancito l’impossibilità di individuare dei colpevoli e perseguirli. A 50 anni dalla strage sappiamo di non sapere, ma i sospetti sono forti e molti.
Da questa vicenda dovremmo imparare, se mai ne avessimo voglia, che la sicurezza e la libertà non sono qualcosa di garantito a tempo indeterminato. Avere una Costituzione non ci ha messi al riparo da pericoli che tutt’ora esistono e forse esisteranno sempre, fin tanto che l’umanità avrà desiderio di potere. Non esistono “cose piccole” da trascurare, perché da tante cose piccole si arriva a tragedie molto grandi, talmente grandi da fare apparire anche una strage come “un episodio” fra tanti.

In Sardegna forse c’è anche il mare

luglio 30, 2019

Però non riesco ad associarlo facilmente a questa terra. Forse perché ci sono arrivato volando, nel maggio del 2012, per poi attraversare mezza isola dopo l’imbrunire, giungere nel fantastico nulla popolato della notte del Supramonte, infilarmi nel suo ventre per ore attraverso gallerie gigantesche della grotta di Su Bentu e tornarmene, infine, all’aeroporto dopo avere dato una rapida occhiata alla spiaggia “urbana” del Poetto.

In effetti In Sardegna non c’è il mare è un libro interessante, scritto da Marcello Fois, autore nuorese che ha attirato la mia attenzione con Stirpe, per incuriosirmi e farmi sorridere ne Il tempo di mezzo, dove crea un realistico incontro fra la sua stirpe e la mia, col personaggio del sardo – friulano Vincenzo Chironi.

Fois si diverte (suppongo) a smantellare i falsi miti creati attorno alla Sardegna, in parte dai sardi stessi. Io onestamente, un mito sardo non l’ho mai avuto. Se oggi mi chiedete quale immagine abbia della Sardegna, potrei dirvi che è un pezzo di mondo dove c’è gente testarda come i friulani, paesaggi stupendi, clima pessimo e non ci sono montagne.

La cosa più bella della Sardegna sono i sardi. Riescono ad avere tutti i difetti dei friulani, ma hanno l’enorme pregio di non parlare mai male della loro terra. Al contrario dei friulani, che amano il Friuli più di ogni altra cosa al mondo, ma parlarne bene sembra un tabù.

Ciò che colpisce del sardo è una mediterraneità composta. Per noi continentali di cultura centro europea il mediterraneo è chiassoso e invadente. Il sardo no. Molti dei codici comportamentali validi per un friulano, ovvero per un continentale che vive in mezzo ai campi di mais, valgono anche per un sardo, che vive dove non c’è abbastanza acqua per coltivare il mais. Il che stura interessanti canali di comunicazione, se non si parla di mais, ovviamente.

Il sardo è educato, recinta la campagna e la sua persona, ma ti fa entrare nella sua campagna e ti apre parte della sua persona, senza pretendere per forza di farsi i fatti tuoi. La passione per il crastulo (chiacchiera) mi sembra molto casteddaia (cagliaritana), ma Casteddu è la metropoli aperta al Mediterraneo e in Sardegna non c’è il mare. O forse si?

In Sardegna il mare sembra ovvio. Qualunque turista continentale ci va per il mare. Cristallino, quasi tropicale. Per forza il turista si inoltra anche nell’entroterra, per fare un paio di gite, ma un paio alla continentale, perché un paio a sa sarda vorrebbe dire essere in Supramonte o a zonzo sui Tacchi un giorno si e l’altro pure. In Sardegna un paio è un numero che varia da 3 a non si sa quanto, ma è meno di infinito. L’unica eccezione a me nota è un paio di birre. In quel caso si invertono le parti, per noi friulani è un numero da un litro a infinito diviso in 0.5 e 0.66, per i sardi sono due o tre birre da 0.33.

Un’avvertenza per i baldanzosi mittelsudeuropei che vedono già la vittoria in tasca, nella sfida a birrette con l’amico sardo, non sottovalutate i professionisti dell’Ichnusa da 0.33. Sebbene sia una lager normalissima, voi siete continentali, disidratati, accaldati e stanchi, quella è fredda (ghiacciata) e vi scarica quel poco di alcol etilico che ha tutto in un botto, l’alcol fa dilatare i vostri vasi sanguigni, cala la pressione e voi vi trovate afflosciati su una sedia come un bambino che abbia bevuto il suo primo tai di vin in cucina dal nonno (per i diversamente continentali tai di vin è friulano = bicchiere di vino da 0.10 o più tradizionalmente 0.12).

[NdA: non sto citando Mauro Corona, non consapevolmente almeno, mi sono reso conto solo rileggendo che sta storia del bere in vino col nonno fa immaginare una casetta di pietra, in quel di Erto, e un piccolo Mauro che beve Raboso dalla ciotola di legno]

A me è capitato un destino strano. A differenza della maggioranza dei continentali non mi sono voltato a guardare dalla spiaggia verso l’interno, ma ho guardato il mare in lontananza dai monti.

[Aspetta, hai detto che non ci sono montagne! Eja, non ci sono montagne in senso alpino, ma rilievi bassi e coriacei quanti ne volete]

Mia moglie, che è sarda e ama la Sardegna solo un peletto meno di quanto ami me, sostiene che a me la Sardegna non piaccia. Ciò nonostante non riesce a fare a meno di continuare a provare a farmela conoscere ed amare, senza rendersi conto del fatto che non l’amerò mai quanto ami lei o quanto ami il Friuli, ma non mi fa per niente schifo.

Il discorso è che in Sardegna il mare c’è ma è lontano, quindi i gridolini di entusiasmo tipici del turista continentale che vive in città, dalla mia bocca non escono. Sono nato in un grosso paesone, o in una piccola città, a 20 km da monti che quando sono piccoli sono tanto alti quanto quelli più elevati del Gennargentu. Se vedo un cartello stradale perforato da una Brenneke mi sento a casa, anche se dove giro io si trovano più spesso fori da 7 a 8 mm di palle sparate da mezzo km.

Avendo una mente disordinata ma associativa, tendo a organizzare le informazioni per analogia o attraverso connessioni logiche (per me). Questa è la chiave di lettura che uso per esplorare la Sardegna, anche se su questo punto con mia moglie non ci capiamo proprio. Lei è ordinata e ha una mente catalogatrice. Il pinnetto è un pinnettu e non centra niente con lo stali. Io invece li associo. Il pinnetto o pinnetta o pinneddu o come diavolo lo volete chiamare è un edificio rurale tipico della Sardegna centrale e orientale. La sua struttura è quella di una capanna con muri di pietra a secco e coperta da un cono di tronchetti e ramaglie. A me vengono in mente analoghe costruzioni viste sulle Alpi o nei Balcani. La sua funzione è quella di dare ricovero a chi deve passare un certo periodo di tempo lontano dalla casa, per lavorare su in montagna. Come lo stali, guarda te! Anzi, assomiglia tanto anche a un cason della laguna. Assomiglia per funzione e distribuzione degli spazi. Ovviamente il pinnetto è diverso da stavolo e casone. Semplicemente perché sono ecotipi differenti.

[Oh Signôr cosa centrano adesso gli ecotipi?]

L’uomo è un animale eclettico. Abilissimo nell’adattarsi ad ambienti differenti, potete trovarlo nella foresta e nel deserto, sulle Alpi e in Supramonte, se la cava sempre. Per farlo deve risolvere alcuni problemi, che sono tipici del luogo in cui si trova. Un Inuit deve ripararsi da un freddo feroce e non ha altro materiale da costruzioni che non siano pelli di animali e neve pressata. Un carnico ha pietra e legno a volontà, meno freddo ma piove che Dio la manda! Il sardo ha pietra che avanza, legname ce n’è, non piove un accidente. Per me è quasi ovvio che la copertura del pinnetto non sia una bella distesa compatta di scandole di legno perfettamente embricate per impedire a neve e pioggia di fare un disastro, come è ovvio che la copertura di tronchi e ramaglie disposte a formare un cono appuntito sia più che sufficiente per fare scivolare via piogge leggere e permettere al fumo del focolare di fuggire all’esterno.

Anti

maggio 7, 2019

Negli ultimi 74 anni in Italia non si è mai sopito il confronto sul fascismo. Quel capitolo potrebbe sembrare storicamente chiuso con la fine della Repubblica Sociale Italiana, la fine della monarchia e l’instaurazione della Repubblica Italiana, fondata su una Costituzione di tipo democratico e su valori opposti a quelli del totalitarismo. Ma così non è, per lo meno nel dibattito pubblico.

Ancora oggi, nel 2019, ci troviamo in uno scenario politico in cui si usano i termini “fascista” e “antifascista”, molto spesso a sproposito.

Innanzitutto si identifica il fascismo con una generica forma di totalitarismo nazionalista. Il fascismo fu indubbiamente un’ideologia che creò un regime totalitario e si richiamava agli ideali del nazionalismo, ma non fu tutto lì. Stabilire cosa fu il fascismo richiederebbe un’analisi storica e politica molto articolata, passando dai movimenti dei reduci, attraverso (more…)