Un’ora segnata dal destino

agosto 13, 2019

Batte nel cielo della nostra Patrie

[prima di pensare che stia veramente citando Benito Mussolini, apri il link, sempio!]

Sto facendo un lavoro che non solo richiede molto tempo, ha come presupposti essenziali il possesso di nozioni di trigonometria, statistica, uso dei sistemi informativi territoriali (GIS) e molta (molta) ecologia. Oltre a una certa esperienza nell’uso di tutte queste cose messe insieme.

Ci vuole un ca**o di nerd per fare sto lavoro.

Ma per il mio cliente ed i miei partner in questo progetto è semplicemente una cagatina, roba da poco. Perché diamine ci metto tanto?

Quando gli presenterò il conto, conforme al preventivo e certamente insufficiente a ripagare il lavoro fatto, storceranno il naso. Quelli che pagano innanzitutto e il coro dei partner, quelli che “faccio tutto per mezzo tozzo di pane” a sostenere il loro sconcerto.

Ebbene, ve lo dico per l’ennesima volta: se il mercato della vostra città, regione, stato non dispone di un numero sufficiente di clienti che vogliano acquistare i vostri servizi, allargate il mercato o cambiate prodotto, ma non cambiate la qualità!

Una cosa che dico da quindici anni ai miei clienti è: se viene da me è per Leggi il seguito di questo post »

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In Sardegna forse c’è anche il mare

luglio 30, 2019

Però non riesco ad associarlo facilmente a questa terra. Forse perché ci sono arrivato volando, nel maggio del 2012, per poi attraversare mezza isola dopo l’imbrunire, giungere nel fantastico nulla popolato della notte del Supramonte, infilarmi nel suo ventre per ore attraverso gallerie gigantesche della grotta di Su Bentu e tornarmene, infine, all’aeroporto dopo avere dato una rapida occhiata alla spiaggia “urbana” del Poetto.

In effetti In Sardegna non c’è il mare è un libro interessante, scritto da Marcello Fois, autore nuorese che ha attirato la mia attenzione con Stirpe, per incuriosirmi e farmi sorridere ne Il tempo di mezzo, dove crea un realistico incontro fra la sua stirpe e la mia, col personaggio del sardo – friulano Vincenzo Chironi.

Fois si diverte (suppongo) a smantellare i falsi miti creati attorno alla Sardegna, in parte dai sardi stessi. Io onestamente, un mito sardo non l’ho mai avuto. Se oggi mi chiedete quale immagine abbia della Sardegna, potrei dirvi che è un pezzo di mondo dove c’è gente testarda come i friulani, paesaggi stupendi, clima pessimo e non ci sono montagne.

La cosa più bella della Sardegna sono i sardi. Riescono ad avere tutti i difetti dei friulani, ma hanno l’enorme pregio di non parlare mai male della loro terra. Al contrario dei friulani, che amano il Friuli più di ogni altra cosa al mondo, ma parlarne bene sembra un tabù.

Ciò che colpisce del sardo è una mediterraneità composta. Per noi continentali di cultura centro europea il mediterraneo è chiassoso e invadente. Il sardo no. Molti dei codici comportamentali validi per un friulano, ovvero per un continentale che vive in mezzo ai campi di mais, valgono anche per un sardo, che vive dove non c’è abbastanza acqua per coltivare il mais. Il che stura interessanti canali di comunicazione, se non si parla di mais, ovviamente.

Il sardo è educato, recinta la campagna e la sua persona, ma ti fa entrare nella sua campagna e ti apre parte della sua persona, senza pretendere per forza di farsi i fatti tuoi. La passione per il crastulo (chiacchiera) mi sembra molto casteddaia (cagliaritana), ma Casteddu è la metropoli aperta al Mediterraneo e in Sardegna non c’è il mare. O forse si?

In Sardegna il mare sembra ovvio. Qualunque turista continentale ci va per il mare. Cristallino, quasi tropicale. Per forza il turista si inoltra anche nell’entroterra, per fare un paio di gite, ma un paio alla continentale, perché un paio a sa sarda vorrebbe dire essere in Supramonte o a zonzo sui Tacchi un giorno si e l’altro pure. In Sardegna un paio è un numero che varia da 3 a non si sa quanto, ma è meno di infinito. L’unica eccezione a me nota è un paio di birre. In quel caso si invertono le parti, per noi friulani è un numero da un litro a infinito diviso in 0.5 e 0.66, per i sardi sono due o tre birre da 0.33.

Un’avvertenza per i baldanzosi mittelsudeuropei che vedono già la vittoria in tasca, nella sfida a birrette con l’amico sardo, non sottovalutate i professionisti dell’Ichnusa da 0.33. Sebbene sia una lager normalissima, voi siete continentali, disidratati, accaldati e stanchi, quella è fredda (ghiacciata) e vi scarica quel poco di alcol etilico che ha tutto in un botto, l’alcol fa dilatare i vostri vasi sanguigni, cala la pressione e voi vi trovate afflosciati su una sedia come un bambino che abbia bevuto il suo primo tai di vin in cucina dal nonno (per i diversamente continentali tai di vin è friulano = bicchiere di vino da 0.10 o più tradizionalmente 0.12).

[NdA: non sto citando Mauro Corona, non consapevolmente almeno, mi sono reso conto solo rileggendo che sta storia del bere in vino col nonno fa immaginare una casetta di pietra, in quel di Erto, e un piccolo Mauro che beve Raboso dalla ciotola di legno]

A me è capitato un destino strano. A differenza della maggioranza dei continentali non mi sono voltato a guardare dalla spiaggia verso l’interno, ma ho guardato il mare in lontananza dai monti.

[Aspetta, hai detto che non ci sono montagne! Eja, non ci sono montagne in senso alpino, ma rilievi bassi e coriacei quanti ne volete]

Mia moglie, che è sarda e ama la Sardegna solo un peletto meno di quanto ami me, sostiene che a me la Sardegna non piaccia. Ciò nonostante non riesce a fare a meno di continuare a provare a farmela conoscere ed amare, senza rendersi conto del fatto che non l’amerò mai quanto ami lei o quanto ami il Friuli, ma non mi fa per niente schifo.

Il discorso è che in Sardegna il mare c’è ma è lontano, quindi i gridolini di entusiasmo tipici del turista continentale che vive in città, dalla mia bocca non escono. Sono nato in un grosso paesone, o in una piccola città, a 20 km da monti che quando sono piccoli sono tanto alti quanto quelli più elevati del Gennargentu. Se vedo un cartello stradale perforato da una Brenneke mi sento a casa, anche se dove giro io si trovano più spesso fori da 7 a 8 mm di palle sparate da mezzo km.

Avendo una mente disordinata ma associativa, tendo a organizzare le informazioni per analogia o attraverso connessioni logiche (per me). Questa è la chiave di lettura che uso per esplorare la Sardegna, anche se su questo punto con mia moglie non ci capiamo proprio. Lei è ordinata e ha una mente catalogatrice. Il pinnetto è un pinnettu e non centra niente con lo stali. Io invece li associo. Il pinnetto o pinnetta o pinneddu o come diavolo lo volete chiamare è un edificio rurale tipico della Sardegna centrale e orientale. La sua struttura è quella di una capanna con muri di pietra a secco e coperta da un cono di tronchetti e ramaglie. A me vengono in mente analoghe costruzioni viste sulle Alpi o nei Balcani. La sua funzione è quella di dare ricovero a chi deve passare un certo periodo di tempo lontano dalla casa, per lavorare su in montagna. Come lo stali, guarda te! Anzi, assomiglia tanto anche a un cason della laguna. Assomiglia per funzione e distribuzione degli spazi. Ovviamente il pinnetto è diverso da stavolo e casone. Semplicemente perché sono ecotipi differenti.

[Oh Signôr cosa centrano adesso gli ecotipi?]

L’uomo è un animale eclettico. Abilissimo nell’adattarsi ad ambienti differenti, potete trovarlo nella foresta e nel deserto, sulle Alpi e in Supramonte, se la cava sempre. Per farlo deve risolvere alcuni problemi, che sono tipici del luogo in cui si trova. Un Inuit deve ripararsi da un freddo feroce e non ha altro materiale da costruzioni che non siano pelli di animali e neve pressata. Un carnico ha pietra e legno a volontà, meno freddo ma piove che Dio la manda! Il sardo ha pietra che avanza, legname ce n’è, non piove un accidente. Per me è quasi ovvio che la copertura del pinnetto non sia una bella distesa compatta di scandole di legno perfettamente embricate per impedire a neve e pioggia di fare un disastro, come è ovvio che la copertura di tronchi e ramaglie disposte a formare un cono appuntito sia più che sufficiente per fare scivolare via piogge leggere e permettere al fumo del focolare di fuggire all’esterno.

Perché ti pagano

luglio 8, 2019

Vale la pena?

Come molti sapranno, dalle mie continue lagne, sono un lavoratore autonomo. Ho aperto la Partita IVA nel febbraio del 2002 e, lo confesso, ho dovuto consultare per l’ennesima volta il mio certificato di attribuzione per ricordarmelo.

[disclaimer: questo articolo è stato scritto in 11′ e non sottoposto a rilettura]

La cosa che mi ha crucciato più di ogni altra all’inizio è stato stabilire i prezzi. All’epoca di gente che facesse il mio mestiere in Friuli quasi non ce n’era. Così provai a informarmi, con colleghi più esperti di altre regioni, e scoprii dei prezzi che a me sembravano piuttosto elevati.

Volevo farmi pagare un po’ di meno, pensando che fosse corretto dato che ero agli inizi. Ma non volevo nemmeno svendere il mio lavoro, né fare concorrenza sleale agli altri. D’altro canto, avevo bisogno di guadagnare. Intendo di avere un utile, al netto di costi, tasse, contributi previdenziali, investimenti in termini di attrezzatura, formazione.

Questo è un punto importante per il lavoratore autonomo: non sei un’impresa vera e propria. No, tu non hai un capitale sociale, ma nemmeno puoi ottenere facilmente un prestito per coprire i costi di avvio dell’attività. Ci devi mettere del tuo, o farcelo mettere dai tuoi genitori. L’utile è ciò che i lavoratori dipendenti chiamano “stipendio”. Niente utile, niente vita.

All’inizio il mio utile era paragonabile a Leggi il seguito di questo post »