25 aprile

Caro lettore, se non hai voglia di leggere con attenzione queste 15370 battute, permettimi di augurarti un futuro prospero, ma di invitarti a non procedere oltre. Quanto ho scritto è pubblico, ma nel contempo molto intimo. Non si possono riassumere la storia ed il pensiero di tante persone con un post di 3 righe su un social network. Se cerchi slogan, esci a goderti la giornata di sole, qua perderesti tempo.

Molti dicono che in Italia non si parli abbastanza di Resistenza. A mio parere si è scritta anche una riga di troppo. Sono quindi consapevole di contribuire con questa mia ad aumentare il volume delle considerazioni inutili, ma credo (spero) di essere una voce stonata.

Il 25 aprile 1945 Antonino Moro fu Giuseppe, vicecomandante di brigata nel Gruppo Brigate Osoppo Friuli, scendeva dai monti per tornare a Udine, la sua città, dove era nato 41 anni prima. Dopo anni di politica clandestina in seno a Giustizia e Libertà prima ed al Partito d’Azione poi, dopo un anno e mezzo di attività partigiana, poteva finalmente tornare nella sua città mentre i tedeschi sloggiavano e i fascisti si levavano di corsa la camicia nera di dosso per mimetizzarsi e continuare a fare i loro affari.

Non ho mai conosciuto nonno Antonino, che a quanto mi dicono usava come nome di battaglia “Neri”, perché morì cinque anni prima che io nascessi, ma ho conosciuto mia nonna, Annamaria Alessio, e ovviamente godo ancora della compagnia di mio padre Renzo Moro. Da loro ho ascoltato, pur con la parsimonia di chi vuole superare una tragedia piuttosto che continuare a ripensarci, le storie sulla guerra, quella “mondiale” e quella “di liberazione”. E ho mia madre Milena Rosso, la cui famiglia non ha partecipato attivamente alla Resistenza, ma che ha oggi il merito di avermi trasmesso la conoscenza di un tempo in cui una bambina di sei – otto anni doveva vivere con il terrore dei bombardamenti, con la paura dei cosacchi ubriachi che venivano in casa a rubare il cibo e a chiedere le sorelle maggiori.

Nella mia infanzia non ricordo storie di orchi e maghi cattivi. Ricordo storie di nazisti e fascisti, di bombardamenti degli alleati (degli altri). Queste sono le storie che ti possono raccontare due bambini di allora, mio padre che si vide portare via la mamma dai nazisti, mia madre che viveva troppo vicina alla ferrovia (figlia di un ferroviere) per non dovere subire continuamente i bombardamenti.

Questa è stata la mia educazione civica, naturale, spontanea. Solo da grande ho preso in mano la Costituzione nata dallo sforzo e dalla sofferenza di quella gente, fra cui i miei antenati.

Mio nonno materno, Geremia Rosso detto Vico, era ferroviere e come tutti non sapeva esattamente cosa stesse succedendo. Aveva però capito che dei carri bestiame pieni di esseri umani, diretti dall’Italia verso l’Austria, non potevano essere nulla di buono. Così si avvicinò ai carri e sbloccò la chiusura dall’esterno, avvisando sottovoce quelli dentro “quando uscite dalla città il treno rallenta nella campagna, buttatevi fuori e scappate nei campi”. Non ha mai saputo quanti l’abbiano fatto. Ma i tedeschi si insospettirono e così nonno Vico rischiò di trovarsi a sua volta su un carro bestiame diretto a nord. Per sua fortuna in gioventù, prima dell’altra guerra, era emigrato in Germania e il tedesco lo parlava bene. Così riuscì a raccontare ai tedeschi qualche storia per giustificare il suo gironzolare fra i carri bestiame diretti ai lager. Ovviamente lui non sapeva cosa fosse un lager. Nonno Vico non ha mai avuto la tessera di un partito, quando gli permisero di votare votò per i socialisti perché in fondo Gesù era socialista, diceva quasi a giustificarsi con i parenti che non si sarebbero mai sognati di non votare per un partito cristiano e democratico.

Questa storia di nonno Vico, riferita dai figli, mi ha insegnato molto ed è uno dei due pilastri della mia formazione politica. Nemmeno io ho mai avuto la tessera di un partito, ma dalla storia di nonno Vico ho capito che fare qualcosa che si sente giusto è, deve essere, un moto dell’anima. Probabilmente Vico Rosso ha fatto per l’Italia, per l’umanità e per gli ideali della Resistenza molto più di tanti che sono finiti sui libri di storia. Soprattutto non ci ha guadagnano nulla.

Nonno Antonino così tornò a Udine. Aveva 41 anni, come li ho io oggi. Era riuscito a salvare sua moglie scambiandola con un sottufficiale tedesco, scambio sul ponte di Qualso all’alba, roba da film se vogliamo. Poi nonna Annamaria aveva dovuto rimanere in clandestinità, lasciando in pianura i suoi tre figli, Renzo, Franco e MariaTeresa. Quest’ultima nata due giorni prima dell’arrivo dei tedeschi. La Resistenza di nonna Annamaria fu un continuo spostarsi. Era una donna difficile, di sicuro combattiva, ma non combattente, nel senso che condivideva con il marito un profondo odio per le armi. Rimase per un po’ a Porzûs, un paesino che dall’alto dei primi monti guarda la pianura friulana.

Nonno Antonino e nonna Annamaria erano azionisti, nel senso di membri del Pd’A, e facevano parte del gruppo brigate Osoppo. Anche su questo in Italia si è scritta già qualche riga di troppo.
Il comando del gruppo Osoppo era proprio vicino a Porzûs, alle malghe del Topli Uorch, che tradotto dallo sloveno benecino significa “cima calda”. Nonna Annamaria arrivò a Porzûs ben prima dell’evento che la rese tristemente famosa, quel massacro di osovani condotto dai gappisti di Giacca. Stava lassù a guardare la pianura, probabilmente a pensare ai figli, anche se era una donna dura ed aveva un modo di amare difficile da accettare (io non l’ho mai accettato).

Un giorno i tedeschi decisero che la Zona Libera del Friuli Orientale non poteva continuare ad esistere, era una spina nel fianco e un insulto per il Reich. Così attaccarono e spazzarono via la resistenza dei partigiani, inferiori per numero, equipaggiamento e addestramento. Con i cannoni portati dal treno sulla linea Udine – Tarvisio, bombardarono i paesi, che poi vennero incendiati, rei di avere ospitato i partigiani, di avere sperimentato un breve periodo di vita democratica.
In quei giorni a Porzûs, in alto e al sicuro, grazie al fatto che le strade per arrivarci allora non c’erano ed era difficile attaccare in formazione sulla montagna, c’era un via vai nervoso. Arrivarono due partigiani col fazzoletto rosso, garibaldini, e quando incontrarono mia nonna la salutarono gridando “Viva Stalin, Viva Tito!”. Mia nonna, così l’ha raccontata lei e qualche altro testimone ha confermato, li prese quasi per le orecchie, li fece voltare verso la pianura e gli disse “Lo vedete il fumo dei paesi incendiati dai tedeschi? Stiamo combattendo contro gli stranieri, e voi volete Stalin e Tito? Io vi dico Morte al fascismo e Libertà ai Popoli, Viva l’Italia!”. I due comunisti pare che abbiano abbassato lo sguardo e detto “Hai ragione Signora”.

Si perché sta donnina piccola e terribile, che era stata prelevata dai nazisti e portata al carcere di Udine per essere interrogata in merito alle formazioni partigiani, o di banditi, cui apparteneva il marito, veniva chiamata da tutti “La Siore”, la Signora. E quella figurarsi se si schernisse, era un’accidente la nonna, si è sempre sentita un centimetro superiore rispetto a chiunque altro.

Fatto sta che prima di essere scambiata col sottufficiale tedesco nonna Annamaria era stata incarcerata in via Spalato, e accuratamente interrogata dai nazisti. I quali non chiedevano “signora potrebbe gentilmente dirci ciò che sa in merito alla localizzazione dei banditi e dei loro depositi?”. Non funzionava così.
Quando nonna Annamaria stava per morire non ci siamo proprio riconciliati, ma ormai non vedevo più il punto nel continuare a rimproverarle la sua incapacità di essere tenera e manifestare un po’ di affetto, nei miei confronti, mentre ne era prodiga verso altri nipoti. Così quando era in ospedale e prima dell’anno di calvario che la separava dalla morte, la andavo a trovare in ospedale.

L’ospedale è un posto che mi fa ribrezzo, per l’amor di Dio, splendida istituzione, ma ci sono stato solo per motivi poco piacevoli e ho un riflesso pavloviano quando sento l’odore del disinfettante tipico di quei corridoi. L’ospedale è bianco e luminoso ed il reparto dove era ricoverata nonna Annamaria aveva le porte delle stanze scorrevoli. Lei era stata colpita al cervello, per cui erano saltati molti dei meccanismi che per una vita l’avevano costretta nella sua corazza. Era diventata molto più comunicativa e a tratti dolce. Addirittura manifestava apprezzamento ed aveva parole gentili non solo per me, ma anche per mia madre, che aveva disprezzato per tutta la vita.

Un giorno ero in stanza da lei, stranamente solo, quando un infermiere chiuse la porta della stanza. Il suono della porta scorrevole è particolare, non è un colpo secco come quello di una porta incardinata che sbatte contro lo stipite. Nonna Annamaria mi guardò, spalancò gli occhi, poi fece un’espressione tipica delle sue, di scherno, e disse una cosa agghiacciante “Tanto io non gli dico niente! Loro possono farmi quello che vogliono, ma io non gli dico niente, stai tranquillo”. Imprigionati in quella mente, in un cervello ormai devastato dal tumore ma non abbastanza da perdere la memoria, c’erano i ricordi del carcere e degli interrogatori. Non fu tanto il pensiero delle modalità degli interrogatori a colpirmi, ma l’idea angosciante del fatto che quella donna, dopo cinquant’anni, avesse ancora dentro di sé quelle sensazioni e continuasse, sapendo chiaramente di essere condannata a morte da un giudice più severo di quelli del Reich, a ribadire che lei non avrebbe detto niente, per proteggere suo marito, i compagni di lotta, il suo paese, i nestris fogolârs.

Quando nonna Annamaria morì non piansi. La sua durezza mi è arrivata attraverso qualche frammento di DNA, o forse semplicemente perché l’educazione di mio padre era quella. In fondo noi friulani diciamo “la sclese no va lontan dal zoc” (la scheggia non va lontano dal ceppo).

Dopo il funerale mia zia mi consegnò una copia di un racconto che aveva scritto nonna Annamaria. Si intitolava “Il Canto della Sera” e se Dio vuole un giorno tornerò a trovare quei fogli nel mio disordine. Lo lessi. Raccontava del carcere di via Spalato, della prigionia, delle sensazioni, delle donne incarcerate perché mogli di partigiani. All’epoca le donne non prendevano le armi, salvo qualche pasionaria oggi un po’ sopravvalutata, le donne stavano passando dal loro ruolo di figlie mogli madri a quello di persone, ma era parte della lotta, forse il culmine di un’altra Resistenza, quella femminile, iniziata quasi 7000 anni fa, quando i maschi riuscirono a prendere il controllo della società. Quelle donne comunque erano mogli di partigiani e per questo crimine terribile, complicità coi “banditen”, erano incarcerate, torturate, a volte spedite nei campi di sterminio. E nel racconto in cui nonna Annamaria aveva tentato di lasciare scritto ciò che non ci aveva mai raccontato, perché non parlava quasi mai della guerra, trovai esattamente ciò che avevo provato quando in ospedale mi aveva ribadito la sua Resistenza, politica, morale e fisica all’invasore e ai suoi sgherri fascisti. La sera, dalle finestre delle celle, usciva un canto, il canto delle mogli, delle figlie, delle sorelle, una specie di preghiera laica per quelli che erano lassù in montagna a combattere. Quando finii di leggere scoppiai a piangere. Credo sia stata una delle quattro volte in cui ho pianto dopo i 10 anni.
Questa fu un’altra delle lezioni che hanno formato la mia coscienza.

Il 25 aprile 1945 sembrava che fosse finito tutto, finito il ventennio fascista, finita l’occupazione tedesca, finito il nazismo, finita la miseria, la paura, l’inguistizia.
Nessuno me ne ha mai parlato, ma leggendo i documenti personali di nonno Antonino, in particolare il suo Foglio Matricolare, ho scoperto che venne in quel giorno nominato Comandante di Piazza di Udine. Tradotto, era il comandante delle forze partigiane della città di Udine e del suo territorio. Quando nonno Antonino e gli altri entrarono a Udine incrociarono gli ultimi tedeschi in fuga, che ovviamente salivano lungo la strada Udine – Tricesimo verso i monti e l’Austria, mentre i nostri scendevano. Gli Alleati ancora non c’erano.
Arrivarono dopo un paio di giorni, i neozelandesi. Nonno Antonino incontrò il comandante neozelandese, gli passò il comando come stabilito dal CLN, e se ne andò. La prima cosa che fece fu quella di cavarsi il fazzoletto verde da osovano, mettersi in abiti civili ed andare a riaprire il suo studio di geometra, in piazza del Duomo.

Nelle stesse ore iniziò la tragedia che si sta compiendo in questi giorni. Persone che non avevano passano nemmeno un minuto sui monti, iniziarono a spartirsi poteri e poltrone dell’Italia liberata, che non era ancora nemmeno diventata una Repubblica. Per i partigiani veri organizzarono un sacco di belle celebrazioni, sfilate lungo le vie di Udine, discorsi in piazza, sventolio di bandiere e fiumi di parole. Nonno Antonino disertava, come aveva disertato le adunate volute da Mussolini.

C’è un episodio divertente che mi ha raccontato mio padre. Un giorno era stata organizzata una sfilata di partigiani per le vie di Udine, tutti ben intruppati, con delle “divise” nuove di zecca che non avevano mai avuto durante la guerra. Nonno Antonino era invitato a parteciparvi insieme a tutti gli altri pezzi grossi delle brigate partigiane, ma come al solito rifiutò. Solo che questa volta fece qualcosa di più, prese il suo secondo figlio, lo zio Franco, gli mise al collo il suo fazzoletto verde e gli disse “vai tu”. E zio Franco, che per le feste e le cose divertenti non si è mai tirato indietro, ci andò ben contento, a sfilare tutto orgoglioso col fazzoletto osovano al collo.

Un bel giorno mi venne regalato un libro interessantissimo, intitolato “Il Friuli dei colonnelli”, che parla appunto della Resistenza nelle mie terre e cita persino in una riga i miei nonni. In quel libro compare una foto, scattata durante una sfilata di partigiani a Udine. Mio padre, sfogliando il libro per vedere un po’ quante fandonie avessero scritto questa volta sui fatti che aveva vissuto direttamente, sorrise. Evento unico. “Guarda qua! Questo è lo zio Franco!”. Ed ecco nella foto che si vede sfilare un bambino col fazzoletto al collo.

Nonno Antonino aveva lottato per cacciare i tedeschi invasori, per sconfiggere il nazismo, per togliere il potere ai fascisti e costruire una nuova Italia, repubblicana, democratica. Aveva fretta, per questo pensò che l’unica cosa che poteva fare ancora per il suo Paese era necessariamente rimettersi a lavorare. Un geometra allora, in un paese devastato, dove gli ingegneri erano pochi, serviva eccome. Lasciò quindi le “chiacchiere” ad altri. E sbagliò.

In quei giorni i comunisti del PCI e i cattolici della DC iniziarono a creare il sistema che avrebbe fatto crescere l’Italia con la spada di Damocle sulla testa. Innanzitutto si adoperarono di concerto per fare scomparire ogni minima traccia degli altri dalla storiografia della Resistenza. Tant’è che pur avendo letto fior fior di libri, il nome di mio nonno l’ho trovato solo indicato come quello di uno che aveva disobbedito al suo comando generale per un episodio durante la battaglia della Zona Libera Orientale. Per l’amor di Dio, che non passi per la testa a qualcuno che il Partito d’Azione e i suoi militanti abbia avuto un ruolo nella Liberazione e nella nascita della Repubblica. Cancelliamoli!

L’errore di nonno Antonino e degli altri fu questo: fare la cosa più intelligente. Pensare a tornare a lavorare, fare ripartire il Paese, lavorare per la Costituzione. Mentre democristiani e comunisti si preoccupavano di come riempire il vuoto lasciato dai fascisti, in termini di poltrone libere. Immagino che nessuno di voi sappia chi fossero gli “azionisti”. Non coloro che possedevano azioni di una società, se non quelle morali di un’Italia che voleva libertà e giustizia, ma i membri del Partito d’Azione. I democristiani e i comunisti usarono quelle menti per contribuire a creare il nuovo quadro costituzionale, ma nel frattempo lavoravano da populisti, per spartirsi consensi e potere, avviando quel meccanismo che oggi si è rivelato evidentemente fallimentare.

Questa è la lezione politica di nonno Antonino, è giusto fare cose sensate e intelligenti, ma bisogna sempre ricordarsi che il potere attira e se vuoi aiutare il tuo Paese non devi mai abbassare la guardia, o gli arrivisti, i bugiardi, i populisti in cerca di potere ti riporteranno nell’abisso.

La Resistenza è finita il 25 aprile 1945. Non concordo con chi oggi dice “Resistenza allora e sempre”. Gli ideali profondi che mossero chi fece la Resistenza non sono morti, ma l’oggi è diverso da ieri. Oggi siamo un paese allo sbando, dove gli eredi dei partiti populisti sono in crisi ma continuano a gestire il potere nelle stanze chiuse delle segreterie. Finte contrapposizioni che appassionano il popolo e si risolvono in un “responsabile” accordo “per il Paese”. Oggi in Italia non c’è realmente il diritto all’eleggibilità universale. Ma chi la pensa come me non dovrebbe parlare di resistenza oggi. Oggi è un’altra cosa, dobbiamo solo riappropiarci di quei principi e delle istituzioni, facendole diventare veramente democratiche, non un’adunanza mussoliniana, dove un duce parla e mille applaudono, ma un continuo lavoro per seguire, capire, vigilare sulla politica, sulle istituzioni, su chi ci rappresenta bene o male che sia. Chi a parole inneggia oggi ai partigiani, allora sarebbe stato imboscato quasi certamente, per saltare fuori i 26 aprile a pretendere un posto nella gerarchia. A noi invece sta il compito di essere realmente attivi, a partire dalle discussioni fatte in famiglia, fino a quelle del Parlamento della Repubblica. La Costituzione nata dalla Resistenza non è intoccabile, merita rispetto ma non è un Sacramento immutabile. E in fondo anche i Sacramenti sono stati cambiati mille volte dai concilii. Ma Costituzione ci indica dei principi che sono ancora attuali, tradotti in leggi sbagliate, volutamente dimenticati dai legislatori, uccisi da norme create da chi ha in mente innanzitutto gli interessi di gruppi economici e del proprio partito, invece di avere sempre in mente il Popolo che dovrebbe rappresentare.

Buon 25 aprile. Morte al fascismo, (Giustizia e) Libertà ai Popoli!

Annunci

Tag: , , , , , , , , , ,

Una Risposta to “25 aprile”

  1. Franco Persello Says:

    Grazie Mayo hai onorato il nonno magnificamente ,mi ricorda mio padre (Goi) anche lui uomo schivo e in un certo senso difficile per i suoi collaboratori. Era rispettato ma anche nello stesso momento quasi evitato perchè non sopportava i doppio giochisti perchè aveva un sesto senso verso queste persone,lui come comandante di brigata era un uomo d’azione e non di parole . finita la guerra ha provato a fare il poliziotto ma per la gerarchia era on uomo troppo sincero ed onesto qindi dovette emigrare all estero nonostante fosse insignito di tre medaglie al merito di guerra di cui una d’argento .anche lui da uomo orgoglioso non si piegò mai ai sotterfugi ed i compromessi della nuova casta che demotraticamente continuò a combattere. Mori povero ma con la coscienza a posto per aver combattuto ogni forma di fascismo . Grazie Mayo per la tua bellissima dedica a tuo nonno un vero eroe .Mandi…….

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: