I secchielli di cemento

Un giorno, quando ero molto più giovane, chiesi a mio padre perché, a differenza di tanti altri progettisti, non avesse “fatto soldi”. In Friuli, fra la ricostruzione post terremoto e il periodo d’oro dell’economia degli anni ’80 e ’90, molti progettisti e impresari avevano guadagnato e accumulato un considerevole patrimonio, mio padre no. Non era l’unico, ma questa cosa mi scocciava parecchio, perché immaginavo che un padre ricco, o almeno molto benestante, mi avrebbe potuto regalare la moto, invece lui si limitava a darmi: un tetto, pane, cultura, sport, scienza, lingue straniere, viaggi, amore e dignità. Ma vuoi mettere fra dignità e moto?

Lui mi rispose con una frase che mi è rimasta scolpita nella mente: io la sera vado a dormire sereno, loro non lo so.

Non era un uomo dei nostri tempi, dunque non lanciava accuse nemmeno quando era quasi certo di avere ragione. Si limitò a dire che non aveva certezze riguardo alla serenità di questi “altri”, l’importante era che io capissi.

Col passare degli anni feci esperienza e negli ultimi mesi ho compreso a pieno il significato di quella frase. Iniziai a frequentare mio malgrado un ambiente dove circolavano persone “che hanno fatto i soldi” e ho capito come. Bastava che nella direzione lavori (in un appalto pubblico) si certificasse che era stato usato un secchiello di cemento in più, quello veniva fatturato, pagato, ma non era costato. Questo l’ho sentito mormorare ben dopo l’esplosione di Tangentopoli, quando la gente avrebbe dovuto avere non dico senso di giustizia, ma almeno un po’ di timore della Magistratura.

Mio padre voleva dirmi che lui aveva sempre avuto un comportamento coerente con la sua morale, aveva agito correttamente, costringendo i furbi a comportarsi in modo corretto controvoglia. Gli aveva rovinato il gioco e limitato i guadagni a quelli possibili gestendo onestamente il proprio lavoro. Questo lo aveva isolato e reso poco gradito (per non dire altro) in alcuni ambienti di gente “di successo”, dove quelli furbi passano il proprio tempo a darsi pacche sulle spalle reciprocamente, ammiccare e cambiare tessera di partito cercando sempre nuovi protettori.

Quando venne il mio turno, quello di certificare che l’impatto ambientale di un cantiere e di un’opera non è in contrasto con gli obiettivi stabiliti dalla Legge (e non con le opinioni personali del più integralista fra gli ambientalisti) iniziai a sentirmi dire che in fondo sono solo due pesci, quattro insetti, mica fermeremo tutto per un uccello che deve fare il nido. Mi fecero capire che per lavorare, per portare a casa il pane quotidiano, è necessario dire che va tutto bene anche se non è proprio vero, certificarlo. In fondo è solo qualche pesce in meno, cosa vuoi che succeda. Stavo quasi per crederci ma ancora una volta, non con parole ma con l’esempio, mio padre mi ha salvato da una vita che sarebbe stata infelice.

E’ solo un secchiello di cemento in più, che vuoi che sia, bisogna proprio essere esagerati a prendersela per un solo secchiello rendicontato in più. Ma l’oceano è fatto di gocce. Un secchiello qua, un secchiello là, scopriremmo che a suon di secchielli il debito pubblico italiano e il rapporto fra spesa e risultato sono decisamente sovradimensionati. Scopriremmo perché, a fronte di una spesa esorbitante, le opere siano costruite a volte decisamente male, i progetti concepiti “tanto per fare”, la pianificazione trascurata o fatta malissimo, i servizi stiano in piedi grazie all’elemento umano più che a quello strutturale.
Perché in Italia sono i secchielli di cemento in più che mandano in rovina un intero paese e chiunque si renda responsabile di assecondare questo sistema sta semplicemente costruendo un fallimento collettivo. Dunque anche tuo.

Pochi giorni fa mio padre si è addormentato sereno, questa volta per sempre. Io voglio vivere come lui.

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